Storie di volontariato - Anziani sociale

Jolanda

Anziani / Sociale

"Uscire dall'io per entrare nel noi". Per un mondo migliore. È questa la formula magica che mi ha accompagnato per la vita.
Che cosa ha significato per me l'aver sempre cercato di applicarla? Ho riflettuto a lungo, e la risposta l'ho trovata in tutte le mie scelte. Ho ricevuto un'educazione cattolica come la maggior parte dei miei coetanei, e da piccola ho frequentato l'Azione Cattolica, partecipando a progetti meravigliosi che mi hanno permesso di conoscere l'altro, l'estraneo", il nuovo fratello meno fortunato di me, ma dovevo allenarmi all'esercizio del rispetto e dell'amore, richiamando il precetto insegnato da Cristo.
Secondo voi è necessario essere cattolici per creare prossimità?
Costruendo il percorso di vita ho scoperto una vocazione per l'insegnamento, e all'età di 22 anni ho cominciato il mio "servizio" professionale, che ho esercitato con immutato entusiasmo per 40 anni.
Il mio nuovo servizio l'ho iniziato a 24 anni, e ho avuto la fortuna di sposare un uomo col quale ho voluto, potuto e posso condividere ogni attimo e ogni decisione da prendere, tant'è che quando per il suo lavoro abbiamo dovuto trasferirci all'estero, non ho avuto dubbi: la famiglia, con i due figli, si sarebbe spostata per rimanere unita. Ho rinunciato alla mia carriera per questo: era il Noi che dovevo salvaguardare.
Vivendo in contesti sempre nuovi, anche esteri, la dimensione del Noi via via andava allargandosi per l'inclusione di nuove conoscenze, che diventavano importanti perché fonte di arricchimento umano di un senso di benessere totale, nonostante l'asperità del contesto e le difficoltà; e questo benessere lo riscontravo in tutti i membri della mia famiglia che respiravano il profumo della solidarietà, della reciprocità, dell'inclusione, della fraternità.
Sono arrivata a Padova nel 1993 e sono stata, come prevedeva la normativa, subito impiegata per l'insegnamento in questa città. Le mie radici, intanto, si inserivano sempre di più nel terreno padovano. E quando sono andata in pensione è bastato guardarmi attorno per capire che potevo ancora operare per gli altri.
La mia scelta è caduta sugli anziani che per vari motivi sono costretti a lasciare la propria casa, le proprie abitudini, per inventarsi una nuova vita, in un nuovo ambiente, tra persone fino a quel momento estranee, tenendo stretto dentro di sé il bagaglio dei propri ricordi, del proprio vissuto.
Ho iniziato così il mio nuovo lavoro di Volontaria Amica degli Anziani.
Ogni giorno sono pronta, insieme agli altri volontari, ad aiutare a sconfiggere il male oscuro della solitudine. Il bene che riceviamo è superiore a ciò che sappiamo dare, ed è come un mutuo aiuto che genera in tutti serenità, e fa sperimentare il puro senso della fraternità, della solidarietà e della condivisione dei veri valori umani in nome dell'assoluta gratuità.
Noi volontari siamo un valore aggiunto a quanto quotidianamente fanno i dipendenti delle strutture nelle quali siamo presenti, e la nostra priorità è dedicarci agli anziani particolarmente bisognosi di compagnia, o perché hanno un carattere particolarmente difficile,o perché non hanno il conforto di una famiglia o hanno figli e parenti lontani.
Qualche esempio? Tanti e tutti molto significativi.

Lavinia, vedova due volte e senza figli. Veneziana, che si mostrava orgogliosa quando riferiva i complimenti che riceveva per le belle mani o per la pelle bianca come l'avorio e si divertiva quando alla domanda "Che lavoro hai fatto nella vita?" rispondeva: "un'ostia!" e si sentiva invidiata. Raccontava della sua generosità verso amici e conoscenti e si aspettava che qualcuno si ricordasse di lei, venendo a farle visita. Non accadeva mai, e la visita della volontaria era per lei come un grandissimo regalo per il quale esprimeva una gioia indescrivibile con parole, baci e abbracci.

Norma, vedova con una figlia lontana, alla quale non ha perdonato di averla inserita in una RSA. Ogni volta che la vedo mi accoglie con un "Non ho bisogno di niente e di nessuno!". "Ho bisogno io di te, Norma", le dico molto dolcemente io, "Ho bisogno di stare seduta accanto a te, in silenzio, per riposarmi un po' ed essere tranquilla, dopo il trambusto della mia giornata lavorativa". Per un bel pezzo stiamo in silenzio, poi è lei che mi chiede notizie su cosa mi è capitato. E così, ascoltando i miei racconti, lei abbandona il suo angolo di rifugio, e tutta la sua rabbia.
Non c'è una formula o una ricetta per aiutare a vincere la solitudine. Anche il silenzio può creare empatia, perché l'anziano sa che sono lì per lui, solo per lui, e la rabbia legata al malessere dell'isolamento si placa, la vicinanza e l'ascolto possono creare molto spesso una vera e propria cura sostitutiva dei medicinali.
Poi ci sono anziani che, pur avendo un'età molto avanzata, hanno ancora voglia di conoscere, scoprire, viaggiare con la mente.

Come Rinaldo, che a 92 anni ha espresso il desiderio di imparare ad usare il computer. È un maestro elementare e vuole visitare virtualmente posti di cui ha sentito solo parlare, o ascoltare racconti tratti da testimonianze storiche.
E come accade con i bambini, è problematico impedire che faccia da solo i suoi collegamenti perché non si trovi nell'imbarazzo di compagnie non volute. È così felice che non smette di ringraziarci per avergli consentito di conoscere un altro mondo che lo fa sentire giovane.

Augusta, ipovedente, che quando mi avvicino grida il mio nome perché riconosce il profumo e mi ringrazia di essere lì con lei. Ama così tanto la vita che partecipa a tutte le attività che le danno gioia: il gioco delle carte, la tombola, i salottini culturali in cui si parla dei classici dell'800, la proiezione dei film, gli spettacoli musicali.

Ada, che ha sentito nascere un sentimento affettuoso per Aldo, che vive nel suo stesso piano, ed è fortemente combattuta per provare simpatia anche per Umberto, che la colma di complimenti per come sa suonare il piano, e l'accompagna col suo canto. In un caso come questo noi finiamo anche per ascoltare confessioni che naturalmente custodiamo con assoluto riserbo.
"Michele, vogliamo andare ad assistere all'allenamento degli atleti al tiro dell'arco in carrozzina?"
"Antonio ,stanno giocando a bocce, vogliamo andare a fare qualche tiro?"
"Maria, hai voglia di andare a giocare con i bambini al Museo del giocattolo?"
Potrei continuare ancora per molto.
Preferisco sottolineare che tutte queste attività le possiamo svolgere insieme agli anziani muovendoci in quella che chiamo la Cittadella, cioè la Civitas Vitae della Fondazione OIC.
Il Noi di cui faccio parte ora è composto da un numero incredibilmente alto di amicizie, conoscenze con le quali condivido il modo di vedere il mondo e il modo di contribuire a costruirne uno migliore.
"La felicità è qualcosa di individuale. È una sensazione positiva, piacevole che appartiene all'io.
La gioia appartiene invece ad una condizione che riguarda il noi: l'io insieme all'altro", scrive Vittorino Andreoli ne "Il silenzio delle pietre".
Occorre una grande fantasia per immaginare ciò che può provare un anziano, non autosufficiente di fronte all'aspettativa del suo futuro? Non credo proprio.
Fuoriuscito dal circuito attivo, un anziano può solo sentire l'emarginazione e l'impotenza, credersi un peso per la famiglia e la società.
Noi Volontari Amici degli Anziani siamo convinti invece che siano una risorsa per la società, depositari di storia e valori che devono essere tramandati. Noi per primi ne beneficiamo, ma soprattutto consentiamo che possa continuare il rapporto con le giovani generazioni, e per questo costruiamo progetti con ragazzi e giovani che possano raccogliere il testimone della nostra cultura, della nostra storia.
Il rapporto amicale che si instaura è molto stretto, la gioia è reciproca e lo verifichiamo dal grado di aspettativa per la nostra presenza e dal grado di impegno costanza e senso del dovere che ciascun volontario mostra di avere.

Hai una storia di volontariato? Raccontacela.

Non ce l'hai? Scopri il volontariato, datti la possibilità di vivere la tua storia e di cambiare le cose.

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