Storie di volontariato - Donne vittime di tratta

Carolina

Donne vittime di tratta

Ecco, sono le nove di sera. I thermos con latte e caffè sono pronti. Controllo che non manchi niente: biscotti a volontà, zucchero, salviette, bicchieri e cucchiaini di plastica. La cesta è pronta.
Fuori è molto freddo ci saranno 2 o 3 gradi al massimo. Esco di casa con giaccone di piuma, guanti, cappello e stivaletti con il pelo per non ghiacciarmi i piedi.
Salgo in macchina e mi dirigo verso la zona industriale per incontrare quelle ragazze che comunemente vengono chiamate “prostitute”.

Ci troviamo con Annamaria, Giorgia e Pier al bar dei cinesi. Bevendo un caffè facciamo il punto della situazione. Questa sera decidiamo di concentrarci sulla zona delle ragazze africane.
Quando arriviamo in via Uruguay notiamo che, oltre a quelle che conosciamo, ci sono due ragazze nuove; a vederle sembrano giovanissime. Decidiamo di tentare l'approccio. Sappiamo già cosa ci aspetta: il primo incontro è sempre il più difficile. Sono ragazze che nonostante la giovane età hanno già subito una quantità inenarrabile di violenze. Quasi tutte provengono da paesi subsahariani, che per arrivare in Italia hanno attraversato il deserto e conosciuto l'inferno della Libia; soprattutto, non hanno più nessun motivo per avere fiducia in qualcuno, a maggior ragione se quel qualcuno ha la pelle bianca e parla un'altra lingua.

Scendiamo dalla macchina (con i nostri sorrisi migliori) e offriamo tè e caffè caldo spiegando chi siamo e perché siamo lì in quella notte gelata. Loro si guardano intorno e, un po' impaurite, volgono lo sguardo verso le altre ragazze, che con un cenno le rassicurano. Ci dicono i loro nomi di strada; Mery e Sylvia (per sapere quelli veri ci vorrà più tempo).

Le guardo e vedo paura e dolcezza nei loro volti adolescenti, bellissimi. Sono seminude, stanno tremando dal freddo, tengono il bicchiere del tè con due mani per scaldarle un po'. Chiediamo da dove vengono e delle loro famiglie. A Silvia si riempiono gli occhi di lacrime: non potrà mai parlare di quello che l'hanno costretta a fare con i suoi. L'abbraccio e la tengo stretta, nel tentativo di far tornare per un attimo una persona quella che fino ad un minuto prima era un oggetto da usare. Prima di salutarle lasciamo il nostro numero di telefono, cercando di far capire da subito che una via d'uscita è possibile.

Bene, il contatto c'è stato. Sappiamo che questo è un momento molto importante, come ci hanno spiegato nei corsi di preparazione alle uscite. È da come impostiamo il primo approccio che può nascere o meno un percorso di liberazione dalla tratta. Sappiamo che queste ragazze vengono sottoposte a riti voodoo, e tramite questi sono minacciate loro e i loro famigliari in patria. Sono passate attraverso i centri di accoglienza, e da lì, con la complicità delle maman, indirizzate, con l'illusione di un lavoro, direttamente in strada. Le storie che sentiamo e che sentiremo si assomigliano; siamo riusciti a portarne via dalla strada più di qualcuna, ma ci rendiamo conto che per affrontare in maniera efficace la schiavitù e il traffico di esseri umani, sulle nostre strade deve esserci un progetto politico e legislativo di carattere nazionale.

Nel frattempo, mentre protetti dal buio della notte passano i suv e le macchine dei miei concittadini che contrattano i 10/15 euro per avere rapporti non protetti o per soddisfare perversioni personali che mai oserebbero chiedere a mogli e fidanzate, o ancora di più cercare ragazze minorenni che potrebbero benissimo essere le loro figlie, mi monta una rabbia sorda.
Rabbia per la falsa narrazione che c'è intorno ai temi della prostituzione, con l'indice sempre puntato contro chi il corpo è costretto a venderlo, e sempre comprensivo verso chi quei corpi li compra.
Rabbia per la volgarità di chi propone l'istituzione di zone rosse o case chiuse, magari legittimate fiscalmente, nelle quali queste ragazze sarebbero seppellite per sempre, senza più nemmeno un contatto con l'esterno non controllato. Case chiuse che darebbero legittimità all'aberrazione di rendere giustificato fin dall'adolescenza il rapporto sesso-prestazione senza limiti in cambio di denaro.

Ci sono poche esperienze a livello europeo che sono riuscite ad abbattere con successo la presenza della tratta. Queste esperienze mettono al centro del problema il cliente e non la schiava. È al cliente che va impedita la possibilità di comprare un corpo non libero. Sappiamo che non è un percorso facile, perché attorno a questo mercato girano nove milioni di clienti che votano.

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